40 ANNI IN BURUNDI: Ho imparato la pazienza

Pubblicato il: 6 agosto 2013 alle 3:44 pm

Di Angelo Tomatis (in Burundi dal ’79 all’82)

A Nyabikere ho vissuto per circa tre anni: partito nel maggio ’79 per fare il servizio civile al posto del militare, per due anni, ho poi prolungato il tempo di permanenza in Africa fino all’82. Ho lavorato al Programma CISV di sviluppo rurale integrato, intervenendo in diversi settori: alfabetizzazione per adulti, habitat (villaggi, sorgenti e acquedotti, edilizia scolastica), educazione sanitaria, agricoltura e cooperative.
Ma, al di là del lavoro che si è fatto insieme in questi anni, credo che il vivere ogni giorno con i Barundi mi abbia insegnato un sacco di cose. Certo, è vero che siamo molto diversi come mentalità, costumi, tradizioni, ma ti accorgi anche di come in fondo gli uomini hanno gli stessi problemi, seppur vissuti in contesti molto diversi. Per questo credo che sia importante né idealizzare gli africani, come si fa a volte, né giudicarli, ma semplicemente cercare di vivere insieme per costruire dei rapporti nuovi tra gli uomini.
Da loro ho imparato la “pazienza”, o meglio, mi sono accorto di non avere pazienza, mentre i Barundi sanno avere pazienza tra loro (a volte fin troppa!) e con noi volontari: sanno prendere l’altro così com’è, ascoltare molto, aspettare a reagire impulsivamente. Eh sì! Là si vive con il “tempo africano”, forse ne avete già sentito parlare da altri che sono stati in Africa, ma credo che sia profondamente vero. Se un Murundi (singolare di Barundi, ndr) ti dice “ci vediamo oggi alle 15” tu sai che lui vuol dire semplicemente “oggi pomeriggio”: perché se lui alle 14.45 incontra un’altra persona, allora prima parla con quella, magari beve un bicchiere di urwarwa (la birra di banane) e poi verrà da te… quando avrà finito! (e questo succede anche per incontri ufficiali sia del partito che della Chiesa). All’inizio noi ci “arrabbiamo” perché abbiamo altre cose da fare, non si può aspettare; poi, con il tempo, si comincia a capire. Sì forse loro sono esagerati su questo aspetto, ma noi non rischiamo di fare del tempo un idolo che condiziona altre cose più importanti? Così a volte ti senti un po’ “straniero”, solo, non sai bene cosa fare, come comportarti, ti è difficile capire (per questo ho toccato con mano come sia importante vivere in comunità questa esperienza): ma questo ti obbliga a scoprire altre cose…
E sulle colline del Burundi credo di aver incontrato tanti “Santi”: uomini e donne che vivono ogni giorno una vita semplice, povera, fatta di lavoro, di un solo piatto di fagioli e di manioca alla sera, di incontro tra le persone, di tanti gesti semplici, di fiducia e di speranza in un futuro che stanno costruendo ogni giorno.

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