40 ANNI IN BURUNDI: “Questa non è la tua gente”, ma non potrò più scordarli!

Pubblicato il: 6 agosto 2013 alle 3:29 pm

di Mariangela Rapetti (in Burundi nel 1993-94)

Sono stata volontaria nel progetto plurisettoriale n. 1454 del CISV in Burundi da gennaio 1993 a ottobre 1994, infermiera da… sempre.

Premetto che faccio ancora molta fatica a parlarne e spero di riuscire nell’intento. Eravamo in ottobre, la stagione delle piogge tardava ad arrivare e si facevano presagi funesti. Vivevo a Gitega, una città nel centro del paese, mancava la corrente elettrica da circa una settimana: dicevano che i contadini avevano danneggiato un traliccio. Forse c’erano dei segnali ma noi non avevamo l’esperienza per interpretarli, fino al fatidico mattino in cui, isolati dal resto del mondo, entrammo a far parte di una tragedia tanto grande quanto disconosciuta. In capitale il colpo di Stato si risolse in una notte, ma nell’interno le uccisioni all’arma bianca prima e le sparatorie dopo non lasciarono tregua.

Ricordo gli occhi delle persone, grandi, pieni di terrore o di odio, il rumore secco degli spari, il latrare dei cani e le lunghe, lunghe notti buie.

Gli episodi sono tanti e ne citerò solo alcuni: la richiesta di aiuto di Godance, la direttrice della scuola per sordomuti: lei, i suoi collaboratori e 40 bambini furono accompagnati a gruppetti nel centro per rifugiati dell’Arcivescovado, alcune persone trovarono rifugio  a casa nostra, e a Rabiro i volontari diedero ospitalità a 200 persone. In due giorni si radunarono 2.000 persone all’Arivescovado tra cui molti feriti, vi lascio immaginare le condizioni igieniche e cosa dare da mangiare?

Ogni giorno andavamo lì, ognuno faceva quel che sapeva e poteva, avevamo così poco… ma eravamo lì e abbiamo capito che questa era la cosa veramente importante.

La casa dei volontari italiani diventò subito un punto di riferimento per tutto e tutti, si riversarono da noi anche molti espatriati, forse si sentivano più sicuri. La cosa più difficile era trovare il cibo. Intanto cresceva la preoccupazione per i nostri amici di Rabiro, ancora più isolati di noi.

Intorno c’era l’inferno, notizie di conoscenti morti, di stragi, cadaveri e tanto terrore negli occhi delle persone.

Dopo una settimana fummo trasferiti a Bujumbura con un aereo, era il 1° novembre e ci interrogavamo sul nostro ruolo, in capitale non credevano ai nostri racconti, lì non succedeva nulla del genere, e fummo incompresi.

Ecco la richiesta del ministero della Santè: formare delle équipes di 5 espatriati per tornare nell’interno a fare un censimento di ospedali e centri di salute dove portare dei kit di aiuto, poi il mio lavoro nell’ospedale americano, la richiesta d’aiuto al CISV e la generosa e abbondante risposta degli ex volontari che non hanno esitato a soccorrerci.

Una cosa importante mi è rimasta impressa. Durante una riunione con i collaboratori in cui ho prospettato la possibilità del mio rimpatrio, una di loro mi ha detto: “è giusto, hai già fatto tanto per noi e qui è veramente pericoloso, questa non è la tua gente, noi dobbiamo continuare a lavorare per aiutarla, ma se te ne andrai non ci faranno fare più nulla e sarà la fine di tutto”. Con queste parole nel cuore tornai a Torino: 8.000 chilometri e anni luce di distanza da quella realtà, a discutere sul futuro del progetto, e ancora una volta il CISV ha saputo tendere la mano ai più bisognosi nel momento peggiore. Tutta la nostra gratitudine ai dirigenti che fecero questa scelta coraggiosa.

Da questa esperienza ho ricevuto un grande insegnamento: l’importanza di condividere, indipendentemente da quello che sai o puoi fare, condividere è l’unica cosa che veramente conta.

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