40 ANNI IN BURUNDI: Volontari per sempre

Pubblicato il: 6 agosto 2013 alle 3:45 pm

COLLINE

di Donatella Barberis (in Burundi nel 1986-88)

“Io conosco il canto dell’Africa, della giraffa e della luna nuova africana distesa sul suo dorso. Degli aratori nei campi e delle facce sudate delle raccoglitrici di caffè… Ma l’Africa conosce il mio canto?” (Karen Blixen, La mia Africa)

Burundi. Da dove potrei cominciare??? Dall’inizio: perché ci sono andata. All’epoca, poco più che ventenne, sintetizzavo in modo irriverente così: “perché gli ideali non sono mortadella, bisogna viverli fino in fondo”.

La verità è che sentivo il bisogno di fare qualcosa di grande, di aiutare davvero i poveri e miseri, ma soprattutto che volevo scappare. Dal reparto di bambini leucemici in cui lavoravo e in cui moriva anche la mia giovinezza.

Avevo già lavorato in Kenya con le suore della Consolata: dopo un anno tornai, decisa a riprovarci in modo diverso, più maturo e consapevole. E fu Burundi e CISV, per due anni senza rientri, in un progetto sperduto sulle colline di un paese a forma di cuore che si trova nel cuore del Continente Africano. Rabiro, Mutumba, progetto di sviluppo integrato.

Polvere. Rossa e ovunque. Nelle scarpe, nei piedi, nei capelli e nella tosse. Spesso sotto ai denti. Ha un odore denso. Nella stagione delle piogge diventa fango, nei giorni di vento brucia gli occhi. Se ci cade del liquido sopra, non la penetra ma scivola via in lunghi rivoli; perché diventi terra fertile bisogna scendere in fondo alle colline: si chiamano marais, sono paludi di terra nera e grassa, piene di papiri e a volte coltivati a riso. La terra rossa è il simbolo del Burundi, è così fine che sembra sabbia; in molti altri paesi africani è rossa, ma mai altrettanto fine. Per chi ha visto il film “La vita facile”, con Favino & Accorsi di due anni fa, è chiaro a cosa mi riferisco. Non riuscivo mai a lavarmela via dai capelli, dai piedi, alla fine accettavo di avere sempre la pelle con una sfumatura rossiccia. I panni non sembravano mai puliti…

La cosa che mi faceva impazzire era essere sull’Equatore: tutto l’anno alba e tramonto alle 6 e alle 18, mai un’ora in più di luce e subito quella notte densa, buia davvero visto che non c’era energia elettrica per km e km. Ma il cielo… Ripagava di questo che più che un disagio era un’abitudine. La Croce del Sud che incombeva, il Grande Carro capovolto, Orione e la Via Lattea perfettamente visibili.

Le nuvole dicevo sempre che erano enormi, gonfie, sembravano appoggiate su un vetro perché nella parte inferiore erano “tagliate” dal vento; non so come descriverle… bianchissime… Il loro colore risaltava sull’azzurro abbagliante del cielo, smalto turchese come nei gioielli dei Faraoni. I colori e gli odori: di un’intensità incredibile, sono rimasti impressi per sempre nel mio Dna… Non sono malata di mal d’Africa, ho sempre avuto chiaro in mente che le mie radici sono qui e che ogni terra appartiene al suo popolo. Ma non potrò mai dimenticare… Si è volontari per sempre, legati ad una terra e ad un popolo da legami di solidarietà inestricabili. Non so se ho fatto e dato qualcosa di buono al Burundi, ma lui ha dato e insegnato moltissimo a me per sempre. Ho spesso pensato che prima o poi avrei dovuto dire GRAZIE, per aver avuto il privilegio di aver vissuto un’esperienza unica. Forse questa festa per i primi 40 anni del CISV in Burundi è l’occasione giusta. URAKOZE.

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