BURKINA FASO, LA RIVOLTA DEL LEGNO

Pubblicato il: 21 agosto 2015 alle 7:28 am

di Basidou Kinda (*)

Il CAF – Cantiere per l’utilizzo delle risorse forestali di Cassou, provincia di Ziro, si estende nel centro del Burkina Faso su una superficie di 29.515 ettari, l’equivalente di 40 campi di calcio. Il cantiere è stato impiantato nel 1990 sotto l’egida del progetto “Sviluppo delle foreste naturali per la salvaguardia dell’ambiente e la produzione di legno” finanziato dall’UNDP (Programma di sviluppo dell’Onu) con l’assistenza tecnica della FAO. La maggior parte della produzione di legname di Cassou è destinata ai grandi centri di consumo, in particolare la capitale Ouagadougou: ogni giorno i camion effettuano decine di viaggi di carico-scarico del legno. Per ogni metro cubo di legname venduto a 2.200 franchi cfa, il 50% (1.100 franchi) va ai boscaioli. Altri 600 franchi vanno ad alimentare un fondo di gestione usato per pagare i salari della direzione tecnica e i semi per la ricostituzione della copertura vegetale. La parte rimanente serve a pagare il “permesso di taglio” allo Stato e una “tassa di stazionamento” prelevata presso i siti di smercio del legname da parte dei funzionari dei Comuni (Cassou, Bakata, Gao, Sapouy ecc).

Il legno, fulcro dell’economia
Attualmente sono più di 1000 i boscaioli/e che vivono di legname. 41 anni, vera forza della natura, Yaya Namoro è un membro del Gruppo di Gestione forestale di Cassou. Ci dipinge una situazione difficile: «E’ un lavoro duro, spossante. Ci vogliono 10 giorni per riempire un camion. Per fare questo lavoro bisogna mandar giù un bel po’ di caffè. Molti ricorrono alle compresse per resistere». Ma c’è l’altro lato della medaglia. Per anni, Namoro è arrivato a fare 20 carichi, che gli hanno fruttato 1 milione di franchi cfa all’anno. Ha 3 mogli e 8 figli, che può mandare tutti a scuola. Con questo lavoro, che definisce «penoso», ha potuto acquistare una motocicletta e costruire tre abitazioni (case in lamiera).  Adesso ha anche una mandria di 8 buoi.

Secondo Saidou Benao, presidente dell’Unione dei Gruppi di Gestione forestale, grazie al taglio del legno molti giovani non sono più costretti a emigrare in Costa d’Avorio, e sono riusciti ad avere una stabilità finanziaria. Tuttavia, la foresta è una ricchezza che scatena cupidigie. Dai primi mesi del 2015 le popolazioni di Cassou sono ai ferri corti con i gerenti del CAF: all’inizio la rivendicazione riguardava la disponibilità di terre coltivabili; ma la vera posta in gioco è lo scontento generale per la gestione del CAF. Tahidina Diasso, 50 anni, 1 metro e 95 di altezza, è stato tra i promotori della contestazione: «Da quando è stato introdotto, il CAF non ha realizzato nessun intervento utile» sostiene Tahidina, che per primo ha denunciato la cattiva gestione del progetto. Ma non ha dovuto faticare molto per convincere il grosso della popolazione, capo villaggio incluso.

 

foreste

Villaggio in fermento
A Cassou incontriamo il capo villaggio Oumaro Diasso, ottuagenario. Indossa il tipico copricapo rosso, ed è attorniato dai collaboratori più fidati. E’ furibondo: «Alcuni membri del CAF hanno gestito male, vanno rimossi dal loro incarico, ne ho già fatto richiesta all’alto commissario di Ziro». Malgrado la collera, a differenza di Tahidina il capo villaggio riconosce qualche merito al progetto: a cominciare da un contributo di 350.000 franchi per la realizzazione di un acquedotto nel ‘95. All’epoca, spiega Oumaro Diasso, fu presentato un progetto per installare l’acquedotto con cui si  chiedeva alla popolazione di versare 500.000 franchi.  Ma la gente non poteva arrivare a più di 150.000 franchi. Il capo villaggio si appellò allora ai gerenti del CAF, che si diedero da fare per coprire l’intera cifra. La stessa cosa è accaduta per la riparazione di una pompa d’acqua di 150.000 franchi. Ma la percezione generale a Cassou è che il CAF non abbia fatto nulla, e che la sua azione si limiti a: recuperare il legname, venderlo e intascarsi i soldi. Anche Karim Diasso, rappresentante dei giovani di Cassou, ritiene che il cantiere non offra alcun vantaggio e che i profitti generati dallo sfruttamento della foresta finiscano nelle tasche dei gerenti, senza fornire un reale contributo allo sviluppo.

La guerra dei numeri
Omar Djiguimdé, il direttore tecnico del cantiere, ci accoglie con una ridda di argomentazioni: il CAF ha contribuito al benessere socio-economico dei villaggi ben al di là del dipartimento di Cassou. Di recente sono state fornite tre ambulanze ai centri sanitari dei comuni rurali di Cassou, Bakata e Gao, ed è stata costruita una scuola di tre classi nel villaggio di Kondui. La litania delle realizzazioni non si ferma: contributo di 2 milioni e 500 mila franchi cfa per la costruzione di una sede destinata alla Direzione provinciale dell’ambiente di Ziro, 150.000 franchi per un’infermeria, 370.000 franchi per riparare un automezzo della prefettura di Cassou , 350.000 franchi per equipaggiare l’Istituto professionale di Cassou, 300.000 franchi per l’acquisto di banchi, armadi, sedie e gessi a Yinga… Ma tutto ciò non pare sufficiente a riconciliare gli abitanti dei villaggi e i responsabili del progetto. Il capo villaggio di Cassou ha chiesto all’alto commissario della provincia di destituirli e di avviare un’inchiesta per trovare presunti fondi scomparsi. «Parte dei proventi del taglio del legno vanno in una cassa destinata alla popolazione, ma non si sa che fine abbiano fatto quei fondi. Perciò vanno accertati i fatti» dichiara Oumaro Diasso. Ma secondo il direttore tecnico Oumar Djiguimdé «è sbagliato dire che questo denaro, regolarmente depositato in un conto a Sapouy, appartenga alla popolazione». L’impiego di questo fondo è infatti a discrezione del Gruppo di Gestione forestale e, di fatto, è stato utilizzato a beneficio dei villaggi, anche se gli abitanti lo ignorano. A proposito della tassa di “stazionamento” prelevata dai funzionari comunali presso i siti di commercializzazione del legno, la direzione tecnica fa notare che questo denaro va direttamente ai sindaci, che possono usarlo a piacimento. Dal 2008 al 2012, ad es., il dipartimento di Cassou avrebbe mobilizzato 10.737.000 franchi (cioè oltre 2 milioni di franchi l’anno).

Solo strumentalizzazioni?
I problemi legati al cantiere sono di vecchia data, ma gli attuali gerenti sostengono che ora si sta cercando di strumentalizzare l’opinione pubblica. Nell’occhio del ciclone c’è Alphonse Nignan, prefetto-sindaco di Cassou sospettato di sobillare i giovani facendo loro credere che “esiste una fragilità a livello dello Stato, di cui bisogna approfittare per prendere il controllo della foresta”. A dire di Nignan, invece, «i giovani stanno iniziando a svegliarsi e prendere coscienza da quando, 20 anni orsono, è stata confiscata l’area di terreno destinata al cantiere».
Secondo alcuni, quando negli anni ‘90 il progetto dell’UNDP decise di avviare il cantiere, il capo villaggio concesse l’utilizzo della parte est del territorio, all’interno del suo quartiere di residenza. Il che fu malvisto dagli abitanti della zona ovest, timorosi di venir esclusi dagli introiti per lo sfruttamento del legname. Costoro chiesero di mettere a disposizione anche la zona occidentale e il capo accettò. Ma questo non fu mai ufficializzato. Un altro informatore sostiene che fin dal 2000 il progetto prevedeva la restituzione delle terre ai vecchi proprietari. Pare che nel ‘96 lo stesso capo-progetto fosse sceso in elicottero a Cassou per incontrare gli abitanti. «Ho bisogno di questo terreno per 10 anni per sfruttarne le risorse naturali, tagliare il legno, piantare nuovi alberi ecc.. Tra 10 anni la terra potrà tornare nelle vostre mani». L’accordo era che i proprietari terrieri avrebbero trasferito altrove i loro campi, e dopo 10 anni sarebbero tornati alla base. Ma ciò non è avvenuto, e ci si domanda perché lo sfruttamento del territorio è proseguito anche una volta terminato il progetto. Il direttore tecnico Oumar Djiguimdè sostiene che «dal 2001 il CAF ha raggiunto la piena autonomia, e di questo bisogna rallegrarsi». I gerenti del cantiere sono però accusati di deforestazione, e di non aver fatto nulla per ricostituire la copertura vegetale. «La politica di tagliare-piantare non è rispettata. Si fanno tagli abusivi e non c’è nessun rimboschimento» deplora El Hadj Nouhoun Diasso, uno dei notabili di Cassou. «Sfido chiunque a sostenere che, senza il cantiere, avremmo oggi questa stessa foresta su cui stiamo discutendo. Prova ne sia che le zone non sfruttate sono oggi deserte» replica Djiguimdè. Ma i proprietari terrieri non demordono. Già nel 2010 ci fu un sollevamento per la riappropriazione delle terre: l’iniziativa non andò a buon fine, e i proprietari scoprirono che la superficie del CAF si era ulteriormente estesa dal lato ovest: l’area oggetto dell’attuale vertenza.

Minacce e scontri verbali
Secondo Djiguimdé, il problema della terra ha iniziato a farsi serio con il ritorno dei burkinabè nel proprio Paese dopo la crisi ivoriana del 2002. La gente aveva messo gli occhi sopra la foresta con l’idea di installarci i campi. Comunque sia, a inizio 2015 sono scoppiate le proteste dei più “intransigenti”. In primavera Tahidina Diasso si è installato nella parte contestata, reclamando uno spazio su cui coltivare. Quando Luc Nignan, il capo cantiere, ha tentato di dissuadere gli occupanti, le cose sono degenerate al punto che si stava per arrivare alle mani. Luc Nignan sostiene di esser stato minacciato di morte. Il prefetto-sindaco ha allertato le autorità provinciali (alto-commissario, direttore provinciale dell’ambiente ecc); a quel punto la popolazione, i gerenti del cantiere e le varie autorità si sono riunite, dando vita a un acceso dibattito. Secondo la direzione tecnica del CAF, il prefetto-sindaco ha gestito male la faccenda e non è stato capace di trovare un’intesa, preferendo dare la colpa alle autorità provinciali. «Non ha neppure voluto incontrarci» lamentano Oumar Djiguimdé e Luc Nignan. «Ho svolto il mio ruolo di mediatore, comunicando le preoccupazioni della gente a chi di dovere » replica il prefetto-sindaco Alphonse Nignan.

Alla fine, piuttosto che restituire 5.000 ettari di terre (la superficie contesa) sono stati distribuiti ai vecchi proprietari 1.500 ettari. Questa è stata l’unica rivendicazione a dare dei risultati. Le altre due richieste – aprire un’indagine sui fondi “della popolazione” , e sostituire gli attuali gerenti con altri responsabili – restano per ora inascoltate. Rivendicazioni che a qualcuno paiono utopiche: i membri della direzione tecnica (direttore, capo cantiere, impiegato, contabile) sono stati reclutati sulla base di un test specifico; quanto ai Gruppi di gestione forestale (GGF), che raggruppano 27 villaggi, pare non abbiano intenzione di rinnovare le cariche fino alla prossima Assemblea generale, prevista per il gennaio 2016. In ogni caso, il presidente dell’Unione dei GGF, Saidou Benao, dichiara: «Un solo quartiere non può decidere sul rinnovo delle procedure».

(*) L’Evénement

Burkina-Marco Bello-bassa

Foto: Marco Bello
Aissata Nignan: quando il boscaiolo è donna
Aissata incarna la tipica rappresentante femminile dell’economia legata al legno. Da sei anni, questa madre di 7 figli ha fatto del taglio del legname la sua fonte di sussistenza. Rispetto agli uomini, dichiara, «non ha nulla da invidiare». L’unica differenza è che la sua presenza non può essere costante sul terreno, ma «taglio la legna e la carico sui camion come gli uomini» dice compiaciuta. Aissata, che è presidentessa delle boscaiole di Cassou, riesca ad arrivare ad almeno 10 carichi di legname ogni anno, l’equivalente di 500.000 franchi (50.000 per carico). In questo modo Madame Nignan contribuisce al bilancio familiare, aiutando il marito «a pagare la scuola per i bambini». Ha inoltre potuto costruirsi due case in lamiera. E può soddisfare le sue “esigenze di donna”: vestirsi bene, rifornirsi di utensili per la cucina, ecc. Attualmente Aissata può contare anche su una mandria di ruminanti di piccola taglia, un bue per lavorare la terra e due asini. Il taglio del legname «è un lavoro estenuante», dice, ma lei e le altre compagne hanno «potuto realizzarsi grazie a questo mestiere».

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