Burkina Faso, misure antiterrorismo

Pubblicato il: 23 agosto 2016 alle 11:54 am

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di Gaston Bonheur Sawadogo (*)

Dopo l’attacco terroristico del 15 gennaio 2016 contro il caffè-ristorante Cappuccino e lo Splendid Hotel, la politica burkinabè in materia di sicurezza è cambiata e i dispositivi di controllo si sono rafforzati. Ma permangono forti dubbi sulla loro qualità ed efficacia.

Tre forze sono dispiegate in modo permanente sul territorio: polizia, gendarmeria nazionale ed esercito di terra. Il loro compito attuale sta soprattutto nell’identificare e ispezionare persone o veicoli che entrano ed escono dalle città, nel mantenere il controllo sulle zone frontaliere a Nord (confine con il Mali) e a Est (Niger), sull’accesso a caserme, sedi pubbliche, istituzioni finanziarie e commerciali; nel pattugliare gli assi stradali e nel sorvegliare le persone sospette al fine di smascherare eventuali cospirazioni. «Stiamo lavorando per rafforzare la partecipazione comunitaria, le abilità e le competenze delle forze di sicurezza, per aumentare gli effettivi, per formarli, per dotarli di mezzi di comunicazione e protezione» confida una fonte interna alle forze di sicurezza che vuol restare anonima. «Ma l’intero arsenale militare dispiegato non servirà a nulla senza la vigilanza e la collaborazione della popolazione, perché è all’interno di questa che i terroristi procedono ai reclutamenti».

 

Indagini congiunte
Tra gennaio e giugno 2016, le prime indagini condotte insieme dai servizi segreti e dalla polizia giudiziaria hanno portato al fermo di 49 persone di diverse nazionalità, una decina ancora detenute. Tre di queste risultano particolarmente “interessanti” per le inchieste sugli attentati del Cappuccino, di Oursi nell’area saheliana e del Grand Bassam in Costa d’Avorio. Sono al momento ricercati altri 6 personaggi coinvolti negli attentati di Ouagadougou i cui nomi – stando al ministro della sicurezza interna Simon Compaorè – sarebbero noti ai servizi di sicurezza. Ci sono poi altri due burkinabè sui 30 anni detenuti dal dicembre 2015 perché sospettati, dice il colonnello Serge Alain Ouédraogo della gendarmeria nazionale, di aver tentato d’insediare una cellula terroristica in Burkina Faso. Questi ultimi, precisa lo stesso Ouédraogo, sarebbero stati formati in Niger da alcuni emiri il cui patron spirituale è il burkinabè Cheick Ibrahim, per poi migrare a Timbouctou, in Mali, completando qui il loro addestramento e partecipando ad alcuni attacchi contro la Minusma, il contingente Onu incaricato di mantenere la pace nel nord del Paese.

 

Misure di sicurezza
Di fronte alla minaccia terroristica il Burkina Faso si è impegnato a riorganizzare il proprio sistema di sicurezza. Forze armate, confessioni religiose, stabilimenti alberghieri e compagnie di trasporto sono stati i primi a venir coinvolti. Poiché gli hotel che hanno subito gli attentati ospitavano alcuni jihadisti, gli albergatori sono ora impegnati a fornire le mappe degli edifici e trasmettere con regolarità alla polizia nazionale schede informative sui propri clienti.

Nel Consiglio straordinario dei ministri del 16 gennaio 2016, all’indomani dell’attentato a Cappuccino e Splendid Hotel, il governo ha assunto alcune importanti decisioni: l’operatività “urgente” dell’Agence nationale de renseignements (Agenzia nazionale d’intelligence, ndr), creata nel periodo di transizione dal presidente Michel Kafando; l’istituzione di un comitato interministeriale incaricato nel medio termine di presentare proposte strategiche sulla sicurezza; il potenziamento dell’Observatoire national des faits religieux. Installato il 23 dicembre 2014 a Tenkodogo, l’Observatoire veglia affinché nei messaggi diffusi dai media confessionali venga promossa la tolleranza religiosa.

«Lo Stato ha preso tutte le misure, sul piano degli investimenti finanziari ma anche degli interventi effettivi: equipaggiamento e dispiegamento delle forze di sicurezza e “porosità” delle frontiere» ha dichiarato il primo ministro Paul Kaba Thiéba intervenuto il 4 luglio alla trasmissione “Dialogue avec le gouvernement” sulla tv nazionale. Ma, appellandosi al segreto di Stato, non ha dato ulteriori informazioni.

 

Quadruplice alleanza
Poiché da solo non può vincere la guerra contro il terrorismo, il Burkina Faso ha assunto alcune iniziative che vanno al di là delle sue frontiere, formando un “quartetto” di lotta con gli altri Paesi dell’Ovest africano. Lo scorso 23-24 marzo ad Abidjan, il ministro della sicurezza interna Simon Compaoré e i suoi omologhi Salif Traoré del Mali, Hamed Bakayoko della Costa d’Avorio e Abdoulaye Daouda Diallo del Senegal hanno infatti deciso di allearsi nella lotta al terrorismo, concordando un piano d’azione che si articola in nove punti: rafforzamento delle relazioni tra i servizi di sicurezza; attivazione di un’unità d’azione e di una collaborazione sistematica tra questi servizi; creazione di un bollettino d’informazione mensile sugli atti criminali di stampo terrorista; incontri a rotazione dei ministri della sicurezza per periodici aggiornamenti; incitazione ai Paesi dell’Africa Ovest ad accelerare l’attivazione della carta d’identità biometrica per consentire la tracciabilità dei movimenti migratori da una frontiera all’altra; controlli sulla validità dei documenti di viaggio; armonizzazione delle leggi nazionali in materia di lotta al terrorismo; accordo sulle norme di sorveglianza delle frontiere; inviti alle popolazioni perché vigilino collaborando con le Forze di sicurezza nel prevenire e controllare fenomeni di radicalizzazione religiosa e azioni terroristiche.

Avvertendo l’incombere della minaccia terroristica, già nel febbraio 2014 il Burkina Faso ha dato vita a Nouakchott al “G5 Sahel” insieme a Mali Mauritania Niger e Chad, Paesi dove la pace sembra maggiormente minacciata. Mentre il 3 maggio scorso, durante una visita in Arabia Saudita, il presidente Roch Marc Christian Kaboré ha siglato a Riyadh un accordo per consentire uno scambio d’informazioni con il regno saudita su terrorismo, riciclaggio di denaro, criminalità.

 

Punti deboli
Tra l’ottobre 2015 e il giugno 2016 il Burkina Faso si è trovato sotto il fuoco degli jihadisti. Il 9 ottobre è toccato a Samorogouan, dipartimento dell’ovest vicino al confine maliano dove il commando di Boubacar Sawadogo ha attaccato la brigata della gendarmeria, facendo tre vittime. Il 15 gennaio c’è stata la carneficina al Cappuccino, con 30 morti e 75 feriti di cui 4 membri delle forze di difesa e sicurezza. Nelle settimane successive i tentativi di attacco si sono moltiplicati. L’11 maggio, quattro individui armati di kalashnikov hanno fatto fuoco sul commissariato di Loropéni, nel sud-ovest, per fortuna senza far vittime. Il 17 maggio è stata la volta del commissariato di Koutougou, nella provincia di Soum, con due poliziotti feriti. Due settimane più tardi, il 1° giugno, a Intagom presso la frontiera con Niger e Mali un distaccamento avanzato di polizia ha subito la stessa sorte. Tre poliziotti vi hanno perso la vita e più voci si sono alzate a denunciare le falle nel coordinamento delle unità sul terreno, nella strategia, nella tattica, nella mancanza di mezzi materiali e logistici. Alcuni osservatori hanno avanzato l’idea di installare uno stato maggiore integrato al Nord, dove la minaccia per la sicurezza è maggiore per la presenza di tre gruppi jihadisti. Presso il dipartimento di Deou, il Mujao (Mouvement pour l’unicité et le jihad en Afrique de l’Ouest) opera in alleanza con Almourabitoune, l’organizzazione jihadista di Moktar Bel Moktar. Partendo dal Soum e scendendo a sud, il Front de libération du Macina guidato da Hammadoum Kouffa è invece rafforzato dal commando di Boubacar Sawadogo. A eccezione del Cappuccino, tutti gli altri attacchi sono stati diretti contro le forze di sicurezza, secondo una strategia tesa a gettarle nel caos e abbatterle moralmente per avere campo libero.

In questo scenario, ci sentiamo rassicurati dai nostri dispositivi di sicurezza? Purtroppo, nella prospettiva di una minaccia “asimmetrica”, le nostre forze attuali non sembrano preparate, e anche la gestione delle informazioni raccolte sul terrorismo fa problema. Secondo tanti cittadini burkinabè, la gestione degli attacchi nel caso di commandos “overtrained” e suicidari non è stata ancora messa a punto. Nella situazione d’instabilità predominante, le nostre forze di sicurezza risultano sollecitate in modo eccessivo e chiamate a occuparsi di troppe cose – lotta contro l’inciviltà, banditismo, terrorismo. Il che le rende senz’altro più vulnerabili nella lotta contro il terrorismo.

 

(*) giornalista de L’Événement di Ouagadougou

 

 

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