Dal Venezuela: La metà “chèvere”

Pubblicato il: 6 luglio 2016 alle 9:13 am

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di Giada Ferraris (*)

Sono, incredibilmente, già passati più di sette mesi dal mio arrivo a Mèrida, in Venezuela, periodo che mi ha permesso di crescere molto come persona sia a livello professionale che a livello umano, un’esperienza che vorrei non finisse mai ma di cui restano da vivere purtroppo solo due corti mesi.

Negli ultimi tempi però, grazie all’aumento dell’interesse della stampa internazionale alla critica situazione di questo meraviglioso Paese, mi sono resa conto che familiari e amici fanno fatica a capire questo mio stato di felicità per il tempo passato qui e di tristezza per il poco che mi resta: “Trovi da mangiare?” “Stai bene?” “Nonna chiede se mangi abbastanza” “E se ti ammali come fai che dicono che non ci sono medicine?” “Cuore di mamma, quando torni ti preparo tutti i tuoi piatti preferiti!” “Ti hanno già rapinato?” “Ma potete uscire la sera?” “Vi potete spostare da sole?” “Fai anche tu le code per il cibo?” “Stai attenta alle manifestazioni” “Non attirare l’attenzione eh!” “Sicura che non vuoi rientrare prima?”

Ovviamente capisco la loro percezione della situazione, non si fa che parlare, giustamente, della sempre più scarsezza di alimenti e di medicine, di tagli della corrente elettrica, mancanza di rifornimenti di gas per cucinare e scaldare l’acqua e di un inflazione che fa aumentare i prezzi quasi tutti i giorni. Ma se io potessi parlare di questo Paese, in base alla mia esperienza, queste non sarebbero le prime cose che mi verrebbero in mente!

Inizierei parlando della gente che sta vivendo e sopravvivendo a questa difficile situazione, persone meravigliose che molto spesso hanno poco ma che offrono e condividono sempre tutto, che mi hanno accettano come parte della loro famiglia facendomi sentire a casa; parlerei della gioia di vivere e dell’energia che hanno negli occhi, nonostante le loro difficili infanzie, i bambini del barrio Los Curos che frequentano tutte le mattine il meraviglioso Centro di attenzione “El Jardin de la Esperanza che ho la fortuna di appoggiare alcuni giorni a settimana e che accoglie bambini che vivono situazioni di vulnerabilità familiare dovuti a povertà, droga e violenza; racconterei di quanto è divertente cavalcare una mula (o un quad, a seconda dell’occasione), a quasi 4.000 metri, per appoggiare le divertenti attività della Bibliomula in cui si incentiva la lettura e la scrittura nei bambini delle comunità isolate delle Ande, piccoli adulti che a nove/dieci anni lasciano la scuola per andare a lavorare nei campi, che vivono in famiglie in cui la figura del padre è inesistente e in cui le madri si spostano per lavoro e non hanno tempo per occuparsi di loro; parlerei della fortuna che ho nel poter lavorare con persone incredibili, che non si arrendono mai e che hanno sempre mille idee per poter portare avanti i progetti, per aiutare chi ha bisogno, che trovano tutto il tempo (lavorativo e non) che serve da dedicare alla riuscita delle attività, persone dotate di una grande professionalità ma anche, e sopratutto, di un cuore ancor più grande.

Alla fine però, con onestà, mi verrebbero alla mente anche episodi meno piacevoli e, in questo caso, questi sono i primi tre che mi vengono alla mente…

Il primo rappresenta la fatica che costa, a volte, doversi adattare a schemi culturali diversi dal proprio: tra le tante qualità che caratterizzano i venezuelani, mi sento di dichiarare con una certa tranquillità, che non rientra la puntualità; riunioni programmate con largo anticipo e con il consenso di tutti che non iniziano prima di un 45 minuti di ritardo. Come premessa dico che, personalmente, sono sempre stata favorevole al quarto d’ora accademico, ma quasi un’ora è tanto da accettare, soprattutto se mi devo alzare alle sei per arrivare in tempo e se al ritardo iniziale si sommano infinite chiacchiere di circostanza per le quali un tema che doveva essere affrontato in una riunione di due ore, necessita almeno di altri tre (poco efficienti) incontri.

Un secondo momento rappresenta le code che bisogna affrontare per comprare, code che a volte si trasformano in un 3×1 (e no, non è una promozione!). Dopo quasi un mese senza mangiare pane, trovo una panetteria che lo vende e, dopo una breve coda di un 20  minuti, con gioia infinita prendo il mio sacchetto di pane e mi dirigo alla cassa. C’è coda anche per pagare ma non mi scoraggio, per il pane lo posso affrontare. Dopo altri 10 minuti finalmente tocca a me, consegno con gioia il bancomat (perchè i contanti sono poco pratici e ci sono code anche per lo sportello della banca), la signorina della panetteria mi consegna lo scontrino e per un breve minuto mi illude che sia fatta ma scopro che ci sono problemi con la linea e che c’è un altra coda anche per passare il bancomat. Dopo più di un’ora e tre code, il pane è mio. Ma una volta a casa e realizzata la fatica che mi è costata l’impresa di comprarlo e la sua poca durata (4 panini = non più di due-tre giorni, più la ricerca di una panetteria che lo vende, vista la mancanza di farina), mi rendo conto che non so quando ne rivedrò dell’altro e che non me la sento più di mangiarlo e così decido di conservarlo in freezer.

Chiudo con un momento di massimo orgoglio patriottico: comodamente seduta sul mio divano e tutta emozionata, mi stavo godendo i quarti di finale degli Europei, Italia-Germania, ma quando inizia il secondo tempo, in maniera inaspettata e crudele, sospendono la trasmissione della partita per lasciar spazio alla diretta nazione di uno dei tanti (lunghi in media 2/3 ore) discorsi del Presidente Maduro. Dopo una fase di sconcerto e di improduttiva ricerca dei commenti online decido di chiamare a casa, in Italia, per una radiocronaca in diretta. Alla fine della partita realizzo che non solo mi sono persa una storica sconfitta ai rigori ma che grazie al racconto di mia sorella, l’unica persona in casa in quel momento, che non conosce nemmeno i nomi dei calciatori (descritti con un generico “tiriamo noi… parata… tirano loro… gol!) non so nemmeno con chi prendermela.

Insomma sì, per tante cose può non risultare facile ma per tante altre, la maggior parte, è un’esperienza unica e incredibile, piena di piccole e uniche avventure quotidiane che ti rendono una persona forte e migliore. Dopo tutti questi mesi qui, inizio a sentirmi anche io un pò venezuelana. L’unica parola che potrebbe descrivere questi mesi è un tipica vocabolo venezuelano di uso quotidiano (nel senso che in un giorno la dici/senti dire almeno venti volte) usata per descrive una situazione, uno stato d’animo o una persona buona, apprezzabile, eccellente: un’esperienza “chévere”!

 

(*) Volontaria in servizio civile con CISV, Casco bianco in Venezuela, luglio 2016

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