IL RATTO DELLE BURKINABE’

Pubblicato il: 16 ottobre 2014 alle 6:26 am

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Di Basidou Kinda (*)

Nella parte orientale del Burkina Faso è frequente il caso di “rapimenti” di donne: una ragazza su 10 di età compresa tra i 14 e i 25 anni dichiara di essere stata vittima di questa pratica; e il 5% delle giovani interpellate ha avuto conoscenza di almeno un caso di rapimento. Lo rivela uno studio del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (Unfpa).

 

L’indagine è stata effettuata su un campione scelto, nell’est del Burkina Faso, coinvolgendo 1.140 gruppi familiari in 38 centri. All’interno di queste famiglie sono state interrogate sul tema dei rapimenti 1.098 ragazze dai 12 ai 25 anni e 1.275 uomini adulti (oltre i 15 anni). A questa ricerca quantitativa è stata affiancata un’analisi di tipo qualitativo, che ha privilegiato le discussioni dei gruppi di giovani tra i 15 e i 24 anni e delle donne, le interviste con i leader comunitari, le testimonianze di chi ha subito un rapimento. Queste ricerche incrociate hanno condotto al risultato secondo cui almeno 1 ragazza su 10, in età tra i 14-25 anni, è stata vittima di questa pratica.

Secondo le statistiche della DRASSN-E (Direzione Regionale dell’Azione Sociale e della Solidarietà Nazionale dell’Est), nel solo 2010, nella regione dell’est, le ragazze sarebbero state vittima di 115 rapimenti, 191 matrimoni forzati e 102 gravidanze non desiderate. Inoltre, nel primo trimestre dell’anno scolastico 2011-12, si sono riscontrati 51 sequestri di studentesse. Questi casi non sono esaustivi del fenomeno, perché includono solo quelli portati davanti ai servizi giudiziari dell’Azione Sociale e rubricati come tali.

Secondo il Rapporto dell’Unfpa, le origini di queste pratiche si ricollegano ai matrimoni forzati. Ma se in passato il rapimento serviva da “trampolino” per le nozze forzate, la forma prevalente ai nostri giorni mira al contrario a evitare questi matrimoni. Che i giovani aggirano mettendo in atto fughe organizzate.

 

Tipologie di rapimenti

Lo studio evidenzia 4 tipi di sequestri: rituale, forzato, per necessità, fuga organizzata.

Il primo, il rapimento rituale, interviene tra giovani fidanzati secondo il diritto consuetudinario. Il ragazzo informa delle proprie intenzioni il padre che, a sua volta, chiede ufficialmente al padre della ragazza la mano di sua figlia. In caso di consenso, il giovane deve svolgere un certo numero di attività “per” il padre della fidanzata: ad esempio coltivare i campi del futuro suocero per alcuni anni, finché la giovane raggiunge l’età del matrimonio. E’ allora, nel quadro delle cerimonie nuziali, che si inserisce il rapimento rituale. Una pratica che tuttavia, secondo diverse testimonianze, sta scomparendo progressivamente.

Che dire invece del rapimento forzato? Si tratta di manovre costrittive nei riguardi della donna senza il suo consenso, e con o senza il consenso dei parenti. Questa forma presenta a sua volta due varianti: la prima serve d’appoggio a un matrimonio forzato o combinato, e si basa su una promessa di matrimonio fatta dai genitori della ragazza. Raggiunta l’età della maturità, se i genitori sospettano che lei possa rimettere in discussione la loro scelta ne organizzano essi stessi il rapimento. Si mettono d’accordo con il futuro sposo e gli fanno capire che deve venirsi a prendere la ragazza, altrimenti corre il rischio di perderla. Questa pratica avviene con modalità spesso violente, la donna è colta di sorpresa e trascinata via brutalmente, e si fa ricorso a metodi barbari per smorzarne le urla. Ad esempio, si legge nel Rapporto, “le si tappa la bocca con stracci e con erba, a rischio di soffocarla”. Ma anche questa forma di rapimento, per fortuna, ai giorni nostri sta scomparendo quasi del tutto, specialmente nelle città, come Fada e dintorni, dove sono previste pesanti sanzioni per chi lo compie. La donna che riesce a fuggire può sporgere denuncia contro il marito e farlo condannare.

La seconda variante del rapimento forzato avviene senza il consenso della ragazza ma anche senza quello dei suoi familiari. Questa forma è comunemente detta “il furto di donne” e, ancor più dell’altro, comporta atti di violenza ai danni della ragazza. «Può verificarsi quando un ragazzo s’innamora di una giovane ma lei lo rifiuta», spiega un gruppo di donne di Bogandè nel Rapporto, «allora lui inizia a pedinarla per cogliere il momento propizio: con l’aiuto dei suoi amici fa in modo di incontrarla nella brousse. Lì la trascinano via a forza, mettendole un canovaccio in bocca per non farla gridare. Due anni fa una giovane è morta a causa di questo».

Per evitare conseguenze su di loro, i rapitori possono ricorrere a pratiche che talvolta sfiorano la magia. E’ il caso di una ragazza del Tapoa che avrebbe «seguito come un caprone il suo rapitore» (sue testuali parole) fino a ritrovarsi a Namounou, a 25 km da Diapaga, il capoluogo della provincia. «Con questo sistema puoi portar via una ragazza in pieno giorno, nemmeno il cane più minaccioso nel cortile si mette ad abbaiare», spiegano alcuni giovani di Gnagna. «Se la ragazza non è consenziente, l’uomo può utilizzare un wac (pratiche geomantiche o sovrannaturali) e allora gli basta prendere la mano della fanciulla perché lei lo segua docilmente. Poi si può fare un sortilegio anche ai genitori di lei per portarla via a loro insaputa», aggiunge un giovane di Tapoa.

 

E arriviamo al “rapimento per necessità”. Questa forma si spiega con la preoccupazione di aggirare gli ostacoli che potrebbero frapporsi a un matrimonio annunciato. Per certi versi somiglia a una forma di rivendicazione su un “bene” in via d’acquisizione. Come indicano bene queste parole dei giovani di Kompienga: «Magari hai dato il prezzo della sposa ai futuri suoceri per avere la loro figlia, ma poi arriva un altro con un’automobile, la ragazza allora ti rifiuta e i genitori l’appoggiano. In questo caso portarsela via può essere l’unica soluzione». Il fatto è che qui è difficile abbandonare la pratica diffusa del rapimento; che in questo caso appare, agli occhi del pretendente, un mezzo per “farsi giustizia da sé”. Ma il Rapporto evidenzia ugualmente la responsabilità dei familiari che, per paura di dover rimborsare la dote già pagata dal pretendente in caso di rifiuto della figlia, ne organizzano essi stessi il sequestro. In tal caso si fa più sottile il confine tra il rapimento per necessità e quello legato al matrimonio forzato.

L’implicazione o la complicità dei genitori nel rapimento della propria figlia dissimulerebbe il debito che hanno nei confronti del rapitore, come testimonia una donna di 36 anni: «Il mio primo rapitore mi faceva la corte ma io non ne volevo sapere. Sono stati i miei genitori a mettersi d’accordo con lui. Ha continuato a coltivare il campo dei miei finché non ho raggiunto l’età da marito, pur sapendo che io non l’amavo. Un giorno i miei l’hanno chiamato e l’hanno autorizzato a venire a prendermi. Io ho pianto. Hanno fissato il giorno del mio “prelievo”. Allora ho dato appuntamento al mio innamorato (ovviamente un’altra persona) per scapparmene via. Sono passata dalla porta sul retro. Ma i miei mi hanno seguita e mi hanno riportata a casa».

 

I rapimenti per necessità includono una variante che riguarda i giovani privi della disponibilità economica per corrispondere il prezzo della sposa. «Può capitare che un giovanotto che ha una fidanzata si renda conto che il prezzo che gli chiedono per sposarla è troppo elevato per le sue possibilità. Sa che non riuscirà mai a versare quella cifra in un sol colpo. Allora blandisce la ragazza, le chiede di accompagnarlo in qualche villaggio e, una volta arrivati, le fa capire che non potrà più tornare indietro» dice una donna di Komondjoari.

Preoccupazione di perdere il proprio denaro, di dover rimborsare quello già incassato o di non avere i mezzi sufficienti per la dote: le logiche sottese al rapimento per necessità s’inscrivono tutte nelle transazioni finanziarie che reggono la scelta delle ragazze sul mercato matrimoniale.

 

L’ultimo tipo di rapimento, la fuga organizzata, sarebbe il minore dei mali perché è l’unico che “avviene con il consenso della donna”. Questa forma, che “tende a evitare i matrimoni forzati”, è oggi la più diffusa. «Se un ragazzo e una ragazza si innamorano ma i genitori di lei si oppongono alla loro relazione, allora per raggiungere il loro obiettivo i due giovani si mettono d’accordo e cercano dei complici che li aiutino a fuggire» spiega una donna di Komondjoari.

 

Il profilo delle “vittime”

“La vittima-tipo è una ragazza minorenne, che risiede in ambiente rurale e non ha frequentato la scuola” chiarisce il Rapporto. Il 52,3% delle ragazze sono portate via prima dei 18 anni, il che costituisce secondo lo studio un “abuso su minori”.

«Noi abbiamo trascorso 4 anni a Tougouri. Quando sono stata rapita avevo 14 anni, e tre anni dopo ho avuto un figlio» confida Yassbani, oggi 19enne. In generale, sostiene un responsabile dell’educazione a Komondjoari, «sono le ragazze intorno ai 15 anni a essere portate via, soprattutto quelle che stanno in campagna e non hanno alcun livello d’istruzione». Esaminando le varie province, è nella Kompienga che il sequestro di minori è più frequente (94,1%), seguita dalla Komondjoari (90,9%), da Gourma (72,3%) e infine dalla Tapoa (69,6%). La provincia di Gnagna risulta invece la meno colpita (37,1%).

Lo studio evidenzia che i rapitori sono per lo più uomini adulti con più di 35 anni. La pratica del rapimento genera abbandono e dispersione scolastica, violenze coniugali, emarginazione sociale. Ma le conseguenze maggiormente percepite dalla popolazione sono legate agli scompigli familiari che minacciano l’ordine sociale.

Il Rapporto si conclude con alcune raccomandazioni per sanare questa piaga, che in sintesi sono: creare un ambiente sociale favorevole alla lotta contro i sequestri; rendere più efficienti le organizzazioni e le strutture impegnate a contrastare il fenomeno; eliminare le pastoie burocratiche e istituzionali; mettere in campo una strategia integrata di comunicazione; mobilitare fondi economici.

Se è vero che questo studio riguarda soltanto la regione orientale del Burkina Faso, si deve però riconoscere che il fenomeno da esso descritto e analizzato si manifesta, ora più ora meno, su tutto il territorio nazionale.

 

 

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