NIGER, CROCEVIA DI MIGRAZIONI

Pubblicato il: 22 gennaio 2018 alle 9:27 am

di Sara Fischetti, operatrice CISV

Fino a poco tempo fa erano in pochi a sapere dove collocarlo sulla mappa e tanti lo confondevano con la confinante Nigeria; oggi invece il Niger è sempre più nominato dai nostri quotidiani e dai nostri telegiornali, perché è diventato un crocevia di migrazioni e presto sarà meta di una missione militare italiana.
Ma come vivono i nigerini? Chi sono i migranti che transitano da questo Paese e dove sono diretti? Quali sono gli interventi per gestire questi flussi enormi?
Noi di CISV che siamo presenti in Niger da 10 anni abbiamo cercato di capire cosa sta succedendo e cosa possiamo fare per dare il nostro contributo, scoprendo che la situazione è molto complessa ed esistono diverse tipologie di migranti.

In queste settimane, a nord di Zinder abbiamo incontrato giovani nigerini che un tempo emigravano in Libia per un lavoro stagionale. Il loro villaggio non offre molte possibilità: al di fuori dei tre mesi di stagione delle piogge, la mancanza d’acqua impedisce di sviluppare attività di agricoltura o allevamento, quindi per garantire un reddito alle proprie famiglie si recavano in Libia a lavorare come braccianti. Oggi però la situazione politica è cambiata, andare in Libia è diventato troppo pericoloso, molti di loro sono fuggiti dopo essere stati torturati, rapiti e venduti come schiavi, le loro famiglie hanno dovuto vendere il poco che avevano per pagare il riscatto e farli rientrare.

A Niamey invece sono presenti molti guineani, senegalesi e maliani che dopo aver tentato la via verso l’Europa tornano indietro perché non ce l’hanno fatta; ma non possono tornare a casa a mani vuote dopo che le famiglie hanno speso tutto per farli partire e allora restano in un limbo, in un Paese già povero di suo, per cercare di raccogliere qualche soldo. Abbiamo incontrato alcuni guineani che si sono organizzati e vivono in baracche a Niamey, aiutati in modo informale dal console guineano, che cerca appoggi presso la Croce Rossa, i missionari e le piccole organizzazioni per poter apportare cure sanitarie e piccoli aiuti. Tra loro ci sono anche donne e ragazzini di tredici o quattordici anni che hanno intrapreso questa via e alla loro età hanno già visto tutto l’orrore del mondo.

Intanto, nonostante la situazione sempre più pericolosa, i flussi migratori verso la Libia per raggiungere l’Europa continuano. La via delle migrazioni passa per Agadez, ultima città prima di affrontare la grande traversata del deserto. Il rafforzamento delle forze di polizia, cui andranno ad aggiungersi i nostri militari, non riesce comunque a fermare l’esodo, ma costringe i migranti a intraprendere vie alternative più pericolose e dove non c’è disponibilità di acqua.

In questa situazione complessa, ci sono grandi organizzazioni come l’OIM – Organizzazione Internazionale per le Migrazioni che si occupa di rimpatriare chi decide di tornare al proprio Paese, nessuno però si occupa di reinserire i migranti nella loro terra di origine e di aiutarli a sviluppare attività economiche così da eliminare le cause che li hanno costretti a partire, per questo pochi si rivolgono a queste realtà.
Il governo nigerino sta organizzando il rimpatrio dei propri connazionali dalla Libia, mettendo a disposizione aerei che partono da Tripoli; una volta arrivati a Niamey l’OIM li porta ai loro villaggi, ma anche in questo caso non sono previsti programmi di reinserimento. Sono presenti anche piccole organizzazioni e missionari che cercano di aiutare con più attenzione alla singola persona, ma non riescono a gestire tutta questa moltitudine: le necessità sono tante, le disponibilità finanziarie e i mezzi di queste organizzazioni sono pochi.

Nella zona di Zinder il CISV sta realizzando progetti di orticoltura e piccolo allevamento, creando in questo modo posti di lavoro e possibilità di reddito per permettere ai giovani di non partire, ma il bisogno è ancora molto vasto. Forse “aiutiamoli a casa loro” è un concetto un po’ più complesso di quanto certi slogan vogliano farci credere.

Photo credit: rettoma

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