NIGER: Malgrado tutto, si vive bene. Le impressioni di una cooperante

Pubblicato il: 21 ottobre 2013 alle 11:13 am

di Anna Cerutti

Sono quello che comunemente si definisce “un’accanita lettrice”: leggo qualsiasi cosa (romanzi, saggi, articoli, blog, con una predilezione soprattutto per i primi) e, quando si tratta di partire per una nuova avventura in un Paese straniero, mi immergo in letture mirate che possano essermi utili per capire il contesto nel quale mi troverò. La cosa buffa è che la realtà che poi incontro è spesso tutta un’altra cosa… o quasi.

Prima di partire per la Palestina, nell’aprile 2011, mi ero documentata per comprendere come due popoli potessero vivere separati tra loro da un muro di frontiera, ma solo risiedendo in Cisgiordania mi sono resa conto che il confine fisico è soltanto uno dei risultati tangibili di un conflitto che ha radici assai profonde e che permeano la vita quotidiana di ogni cittadino di quella terra.

E per il Niger? In questo caso mi ero imbattuta in un articolo della rivista geopolitica Limes dal titolo “Mobili sabbie del Niger”. La descrizione data del Paese era la seguente: 186° posto, su 187, come più basso indice di sviluppo umano, instabilità interna, istituzionale, ed esterna – causata dai vicini Mali, imploso dopo la proclamazione dell’indipendenza dell’Azawad; Libia, in difficile ricostruzione dopo un anno di guerra civile; e Nord della Nigeria alle prese con l’estremismo religioso. Ma non solo. L’articolo presentava il Niger come un Paese stretto tra la morsa dei gruppi salafiti e dei ribelli tuareg che gravitano in Mali e dei fondamentalisti di Boko Haram della Nigeria, la cui principale fonte di reddito è il rapimento di ostaggi occidentali, di cui il Paese negozia la liberazione dietro pagamento di un cospicuo riscatto.

Bene, ora ero proprio pronta a partire!

Ricordo di aver trascorso le prime due settimane in Niger aggirandomi con fare sospetto e soprattutto dubitando di qualsiasi tuareg incontrassi per strada, pensando inconsciamente, ma neanche tanto, che potesse rapirmi da un momento all’altro.

In realtà, dopo quasi un anno dal mio arrivo, posso dire che qui tutto sommato si vive bene, ovviamente adottando tutte le precauzioni del caso. Mi rendo conto che questa mia affermazione potrebbe suscitare forti perplessità in chi ha sentito parlare negli ultimi mesi di tentativi di rapimenti, pericolo di attentati, azioni terroristiche andate a buon fine ad Arliz e Agadez, assalti alla prigione di Niamey, movimenti popolari in cui si sono trovati coinvolti cittadini occidentali. Ma quando si è qui, fortunatamente o sfortunatamente si relativizza tutto. Non per superficialità, tutt’altro. La consapevolezza della necessità di portare avanti la propria missione senza farsi paralizzare dalla paura, la convinzione che gli obiettivi per cui si sta lavorando sono giusti e utili alla comunità locale spinge ad andare avanti senza titubanze, naturalmente adottando le misure di sicurezza che il governo nigerino, le Nazioni Unite, l’Ambasciata di Francia (a cui anche gli italiani in loco fanno riferimento) e le altre ong impongono, consigliano e adottano. Ovvero: numero limitato di missioni sul terreno, scorta obbligatoria per uscire dalla città di Niamey, divieto di camminare in città al calare del sole, di recarsi al mercato principale o in qualsiasi luogo di assembramento, in supermercati, bar e ristoranti potenziali bersagli di attentati, tutte limitazioni che aumentano e diminuiscono in concomitanza di variabili locali e non. E allora come si fa con tutte queste restrizioni? Semplice, ci si adatta come il grafene (un foglio sottilissimo che puoi adagiare su qualsiasi superficie e che resiste perché si adegua alla realtà; materiale di cui ho appreso l’esistenza solo di recente, inutile dirlo, leggendo un articolo di giornale) e ci si organizza, si trovano soluzioni alternative, si continua a vivere… normalmente.

Non poter operare sul campo per trovare la soluzione ottimale ai problemi che tutti noi cooperanti ci troviamo ad affrontare quotidianamente può essere limitativo e persino frustrante. Ma quando una missione consente di toccare con mano i risultati del proprio lavoro, allora torna la motivazione, la voglia di fare per contribuire alla crescita di questo Paese e della CISV insieme.

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