QUANDO BUCARE UNA RUOTA DIVENTA UN’OPPORTUNITA’

Pubblicato il: 28 ottobre 2013 alle 11:02 am

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Cotonou, 22 ottobre 2013

Ore 15.00 partenza per Afamé, villaggio del comune di Bonou, nel sud del Benin, nel quale si sta per tenere la terza sensibilizzazione del progetto “Renforcement des capacités des membres des comités de veille d’Arrondissement des communes de Bonou et d’Adjohoun » della «  Initiative ‘‘Etôdé’’- Pour la Justice et les Droits des Femmes et des Filles ».

La macchina di Action Plus, ong locale con la quale CISV collabora da molti anni ormai, è carica di yovò (bianchi), computer, casse, proiettore, panini e bevande. Si parte. Durante il tragitto le nostre menti sono già tutte proiettate alla sensibilizzazione, parliamo di come organizzarci, della divisione dei compiti: chi introdurrà il discorso, chi sistemerà i panini, chi farà le foto… ormai è come se fossimo già lì, dimenticandoci che invece siamo qui. Ed è il Benin stesso che ci riporta alla realtà: scoppia una ruota della nostra macchina. Tutto si ferma.

Attimi di tensione, ci guardiamo tutti negli occhi per qualche secondo e le nostre espressioni sono a metà tra il disorientamento e l’incredulità… che fare? Tra l’altro siamo fermi sopra un ponte e abbiamo già creato una fila di macchine dietro di noi che iniziano a suonare il clacson per intimarci di spostarci, visto che sul ponte si può passare uno alla volta e noi stiamo ostruendo il passaggio. Ci ingegniamo e riusciamo a spostare la macchina sul ciglio della strada così da liberare il passaggio e in un attimo le macchine riprendono a passare.

Scendiamo dalla macchina e ci sistemiamo tutti intorno alla ruota cercando di capire cosa è accaduto e cosa si può fare per risolvere il problema.  Dopo una breve consultazione capiamo che  l’unica soluzione è prendere ciò che resta della ruota, chiamare uno zemidjan (moto-taxi) e andare in cerca di un gommista dal quale comprare un nuovo pneumatico, perché il nostro è completamente distrutto e non si può riparare. Si offre Richard che parte per questa nuova avventura e noi altri restiamo lì, sul ciglio della strada, ad aspettare.

Ed ecco che il Benin si mostra a noi in tutta la sua bellezza. Sì, perché, per fortuna, la macchina si è fermata in uno dei punti più belli della Vallée de l’Ouémé, un posto meraviglioso, in cui si ha l’impressione che il fiume, dal quale prende il nome la valle, si voglia riappropriare  del suo spazio invaso ora dalla verde vegetazione, creando così un magnifico contrasto di colori tra l’azzurro dell’acqua, il rosso della terra ed il verde della flora circostante.

Restiamo lì fermi, in attesa che torni Richard con la nuova ruota, per circa 5 ore, che da ostacolo da maledire si trasformano in un’opportunità da cogliere visto che ci permettono di godere dello spettacolo delle luci della natura che cambiando con il passare delle ore, sembrano disegnare via, via un nuovo paesaggio e si ha la sensazione che ci sia qualcuno ad alzare e abbassare il sipario permettendo “agli addetti ai lavori” dietro le quinte di cambiare ogni volta la scenografia.

Inoltre, le ore che si accumulano fanno sì che si crei una certa folla intorno alla macchina degli yovò in panne: uomini, donne bambini che si fermano ad osservarti. Qualcuno ti offre qualcosa da bere, qualcun altro una banana o un’arancia da mangiare e i bimbi ti canticchiano “yovò, yovò bonsoir, ça va bien, merci”. Si crea così l’occasione per scambiare quattro chiacchiere e cominciare ad entrare in una nuova cultura, per tentare i primi approcci con il fon, una delle lingue locali del sud del Benin, che creano molta ilarità tra i beninesi: è sempre molto divertente sentire uno yovò parlare fon e sbagliare 9 volte su 10 tutti gli accenti.

Tra la folla, c’è anche chi ti guarda in maniera un po’ più insistente suscitando in me una strana sensazione: mi sento un po’ come gli animali allo zoo che vengono fotografati dai turisti perché magari sono animali mai visti, o perché hanno forme strane, o perché sono colorati, o perché sono buffi… E mi sorge spontaneo pensare anche a come potrebbero sentirsi tutte quelle persone che noi yovò  fotografiamo di continuo durante i nostri viaggi in Africa. Un uomo che sullo zem(abbreviazione di zemidjan) ha caricato anche un montone, una donna che porta sulla testa un cesto di ananas, i pescatori che gettano a mare le reti, i bambini che corrono nei campi, gli uomini che navigano sulla laguna con le loro piroghe… tutte immagini “tipiche” in Africa, le classiche foto che mostri ad amici e parenti quando torni a casa dopo un viaggio. Foto che, per uno yovò, rappresentano delle “stranezze”, ma che per un beninese sono la normalità, la sua vita, la sua quotidianità. E penso a me, che mi sono sentita in imbarazzo e quasi infastidita perché per qualche ora ho avuto gli occhi di alcuni beninesi curiosi puntati contro, e che sono la stessa persona che pochi giorni prima aveva indossato i panni di una yovò curiosa che puntava gli occhi addosso a qualche beninese, al quale, forse, avrò fatto provare lo stesso imbarazzo che sto provando io ora.

E forse anche questo vuol dire sentirsi co-responsabili, sentirsi parte di un tutto, cercare di provare empatia, mettersi nei panni degli altri per tentare di comprenderli senza stereotipi o pregiudizi, non sentirsi più l’unica e al centro dell’universo, ma prendere coscienza dell’altro che è accanto a me e che è mio dovere amare e rispettare. Calarsi in una nuova cultura in punta di piedi, con la consapevolezza di essere portatori di un bagaglio culturale, ma avendo l’umiltà di mettersi in ascolto e di lasciarsi “toccare dall’altro” così da  esserne arricchito e migliorato.

di Ludovica Cerritelli, volontaria SVE CISV in Benin

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