Sarah, da rifugiata a mediatrice culturale

Pubblicato il: 20 giugno 2018 alle 12:25 pm

Oggi è la GIORNATA MONDIALE del RIFUGIATO

Vogliamo dire la nostra in questo periodo così buio:
diritti umani sono per tutti, altrimenti si chiamano privilegi!

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CISV accoglie circa 40 persone ogni anno in case comunitarie a Torino. A queste donne, provenienti da paesi africani, viene offerta una casa protetta e un accompagnamento lungo un percorso di inclusione sociale che permetta loro di raggiungere autonomia e piena integrazione.

 

Abbiamo incontrato Sarah, giovane somala di 28 anni, arrivata in Italia nel 2013 in una casa di accoglienza CISV.

Perché hai lasciato il tuo Paese d’origine?
In Somalia è in atto una crisi umanitaria dovuta alla guerra civile tra il governo internazionalmente riconosciuto e fazioni indipendentiste e islamiste; sono colpiti quotidianamente i diritti umani, soprattutto quelli delle bambine e dei bambini. La tua vita è costantemente in pericolo: puoi essere uccisa, reclutata e spedita al fronte, punita da al-Shabab – il principale gruppo armato di opposizione al Governo – perché stai ascoltando musica o perché indossi “vestiti sbagliati”. Io sono stata fortunata perché ho terminato le scuole superiori, e appena ho potuto, sono andata via per frequentare l’università senza correre i rischi che in Somalia, se sei donna e studentessa, sono all’ordine del giorno.

Cosa facevi in Somalia?
Ho lasciato il mio Paese giovanissima, alla fine delle scuole superiori, e subito dopo sono andata in Kenya per frequentare l’università dove ho seguito il primo anno di Relazioni Pubbliche che purtroppo, costretta a fuggire verso l’Europa, ho dovuto abbandonare.

Come è stato il tuo arrivo in Italia?
Dopo aver passato un anno prigioniera nelle carceri libiche, assistendo e subendo torture e violenze, e dopo i numerosi tentativi di attraversamento del Mediterraneo, sono arrivata finalmente in Sicilia nel 2013. Avevo lasciato tutto alle mie spalle: la mia famiglia, i miei amici, la mia università, il mio Paese, ma dopo la Libia ero solo “felice” di aver superato quell’inferno di cui porto ancora il ricordo. In Italia le cose sono state difficili, all’inizio ho passato un anno all’interno di un centro con altre 4000 donne, uomini e bambini in condizioni sanitarie e umanitarie che non pensavo esistessero in Italia. Poi mi hanno mandata a Torino nella Casa di accoglienza di CISV dove sono stata quasi un anno e mezzo senza lavorare, fino a quando nell’estate 2014 ho avuto la possibilità di svolgere un primo tirocinio.

Quando hai iniziato a lavorare e come è stato?
Già da tempo mi interessava lavorare in ambito medico-infermieristico e attraverso il percorso d’inserimento con il CISV ho potuto beneficiare di una borsa lavoro con la quale ho svolto un tirocinio nell’associazione “Camminare insieme”, occupandomi di assistenza sanitaria a persone senza residenza e quindi non coperte dal sistema sanitario nazionale.
Sono stata assistente alla poltrona e assistente farmacista entrando in contatto per la prima volta con italiani fuori dal circuito dell’accoglienza e questo mi ha aiutato molto per superare le difficili barriere che ci sono quando arrivi in un Paese nuovo, dove non conosci nessuno e non conosci la lingua. Nel frattempo, grazie ai mesi passati nella casa di accoglienza CISV e soprattutto grazie alla pazienza e all’impegno di volontari e operatrici, ho iniziato a imparare l’Italiano e questo mi ha dato maggiore sicurezza nell’affrontare una situazione ricca di incertezze come quella che stavo vivendo. A questo punto conoscevo quasi quattro lingue: il somalo e l’arabo, lingue madri del Paese in cui sono nata e cresciuta, l’inglese, che non è solo un’altra lingua parlata in Somalia ma anche una lingua fondamentale per i viaggi internazionali, e infine l’italiano. E grazie a questa nuova conoscenza ho potuto usufruire di una nuova borsa lavoro in mediazione culturale presso un medico di base di Torino che si occupa principalmente di pazienti stranieri, senza conoscere le loro lingue di origine. Il poter creare un dialogo tra il dottore e i pazienti stranieri, che parlavano solo arabo o inglese, ha fatto nascere in me il desiderio di lavorare nel sociale, anche per ripagare le persone che mi hanno aiutata. Questa esperienza ha rappresentato per me una vera e propria svolta poiché, terminato il tirocinio, ho iniziato a cercare autonomamente un lavoro rivolgendomi sia alle agenzie interinali sia al passaparola con amici e conoscenti. Dopo la fatica iniziale finalmente ho trovato il mio lavoro attuale: sono mediatrice culturale in una casa di accoglienza per richiedenti asilo, così sono passata dall’altra parte: da richiedente asilo con mille difficoltà a portatrice di aiuto verso chi ha affrontato il mio stesso viaggio.

Quali sono le tue prospettive future?
In questo momento di giorno lavoro e di sera frequento una scuola a indirizzo scientifico, perché il diploma conseguito in Somalia non è riconosciuto dalla legislazione italiana. Dopo la maturità, il prossimo anno finalmente potrò frequentare l’università e scegliere un corso di laurea che mi permetta di continuare a lavorare nel sociale e  nell’accoglienza.

 

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